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L'IRAN E IL GRANDE DISEGNO DELL'IMPERO

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20 dicembre 2006

Subito dopo il crollo del muro di Berlino, gli Stati Uniti hanno imbastito la grande strategia mirata a consolidare il ruolo di unica Superpotenza, e, per non correre rischi, hanno continuato a seguire le linee guida di due teorie geopolitiche alternative però complementari – già seguite nel corso della guerra fredda come base della strategia del "containment".

La prima è quella del geografo inglese Halford Mackinder, che individua nella Heartland, l’"Isola Mondo", il cuore del potere mondiale. La potenza che ne prenderà il controllo, sarà quella che dominerà il mondo. La sua chiave è l’Europa orientale: "Who rules Eastern Europe commands the Heartland; who rules the Heartland commands the World-Island; who rules the World Island commands the world".

Con questo concetto ben chiaro in testa, la prima amministrazione Bush ha gettato la prima pietra della nuova Grand Strategy unipolarista, mantenendo la Alleanza Atlantica in Europa (sfruttando le paure europee per il mutamento degli equilibri, in particolare quella della Francia di Mitterrand per il risorgere della Germania unita) nonostante avesse terminato la sua funzione storica di barriera contro un attacco sovietico all’Europa occidentale. Con questa mossa, gli Usa si sono garantiti il mantenimento della loro capacità di influenza politica in Europa, sventando la possibile nascita di una "Europa-potenza" unita e concorrente.

Acquisito il controllo sulla nascente Unione Europea, alla rinnovata Alleanza Atlantica non è restato che affrontare la sfida successiva, quella dell’allargamento ad Est –oggi quasi completata. L’importanza di questo obiettivo si desume anche dal fatto di essere al primo posto nel New Strategic Concept della Nato, quale presupposto della previsione di missioni "Out of Area" e dell’elaborazione delle Combined Joint Task Forces. 

Si può pensare, allora, che la volontà di "to keep americans in" sia stata e sia funzionale a quella di estendere la Nato a est verso il cuore dell’Eurasia, la grande massa continentale, coincidente con la Russia, teorizzata da Halford Mackinder come la chiave del dominio geopolitico. Questa tesi trova conferma nelle parole di Zbigniew Brzezinski, acceso sostenitore dell’allargamento ad Est della Nato, per il quale l’Europa ha la funzione di "America’s essential geopolitical bridge-head in Eurasia", la quale è "the key to world power". 

L’estensione a Est della Nato è stato un passo importantissimo (impensabile prima del crollo dell’Unione Sovietica) in quanto ha creato un corridoio che va dal Baltico al Mar Nero e che si salda con quello costruito dal sistema di alleanze in Medioriente e in Asia. Essa è il presupposto per la conduzione di missioni "out of area", la cui importanza per gli interessi statunitensi è esemplificata dallo slogan dei sostenitori dell’allargamento a Est nei primi anni ‘90: "out of area or out of business".

Lo strumento utile alla loro conduzione, sono le Combined Joint Task Forces (Cjtf), strumento dinamico e flessibile (lontano dal meccanismo della difesa collettiva, ormai espressione del passato equilibrio bipolare) funzionale alla volontà statunitense di consolidare i propri interessi proiettando la propria forza militare nella regione chiave eurasiatica, a sua volta testa di ponte verso il "terzo impero" mediorientale (questo, secondo la definizione giornalistica di Jacob Heilbrunn e Michael Lind, è l’impero che gli Usa stanno costruendo dopo la fine della guerra fredda in Medio Oriente, approfittando della debolezza dell’ex Superpotenza avversaria: il "primo" impero è quello conquistato nel Pacifico con la guerra contro la Spagna del 1898, il "secondo" è quello conquistato in Europa con la vittoria della guerra fredda). Esse sono il riflesso operativo della ricerca di alleanze flessibili ("à la carte") che non comportino alcun condizionamento della linea politica statunitense.

Le Cjtf sono aperte al contributo di tutti i Paesi Nato, ma, data la logica che è loro sottesa, vedranno probabilmente il contributo maggiore da parte dei nuovi membri dell’Est (piuttosto che dei Paesi dell’Europa occidentale) e soprattutto dei "partners" della Partnership for Peace (Pfp), in quanto direttamente coinvolti nell’area delle operazioni e maggiormente disposti ad accettare la leadership politica di Washington (più di quanto non lo sia una UE che cerca di elaborare una autonoma politica estera) nella speranza di ottenere la membership nella Nato.

In questo quadro si inserisce il cuneo verso l’Heartland eurasiatico (Cina compresa) costituito dalla alleanza strategica stabilita con le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale dopo l’11 settembre, il quale è in relazione con la costruzione del "terzo impero" mediorientale –quest’ultimo autentico schiaffo geopolitico alle ambizioni storiche russe dell’accesso ai mari caldi.

La strategia offensiva verso l’Heartland secondo i dettami di Mackinder finisce così per fondersi e confondersi con quella che ha ispirato il containment statunitense durante la guerra fredda, la teoria del "Rimland" dell’analista politico americano Nicholas Spykman. Nella sua opera del 1944, "The geography of peace", Spykman ha elaborato la tesi del "Rimland" in contrasto con quella dell’"Heartland" di Mackinder. Quest’ultimo vede come centrale l’area composta dall’Europa dell’Est più la Russia, mentre per Spykman è il "Rimland" –"the intermediate region between the Heartland and the coastal seas"- la zona geopoliticamente più importante, il cui dominio impedisce l’assurgere della Heartland a centro del potere mondiale ed assicura l’egemonia globale: "Who controls the Rimland rules Eurasia; who rules Eurasia controls the destinies of the world.". Imperativo degli Usa, pertanto, è stato impedire che questa cadesse sotto il controllo esclusivo dell’Unione Sovietica-Heartland e della Cina: in Europa ciò è stato realizzato con la Nato e in Medio Oriente con una serie di alleanze militari con i paesi del "Rimland".

Il 1989 e il crollo dell’Urss hanno aperto per gli Usa una finestra di opportunità utile a rafforzare la loro posizione nel "Rimland". Il cambiamento dei rapporti di forza ha segnato un punto di svolta nelle dinamiche geopolitiche eurasiatiche: l’espansione della "Heartland" che aveva caratterizzato gli ultimi cinquecento anni era terminata e la "Rimland" –rappresentata dalla Nato in Europa, dalle alleanze con i paesi dell’Asia mediorientale e meridionale e dalla alleanza con il Giappone in estremo oriente- accerchiava l’Heartland stritolandola. 

La Russia-Heartland era incapace di resistere alla pressione/ingerenza statunitense, che ha trovato espressione nella influenza crescente in medioriente, nel Caucaso e in Asia centrale: si tratta di quella che i due giornalisti statunitensi Heilbrunn e Lind hanno identificato come la costruzione del "terzo impero" -di cui la guerra in Afghanistan e quella in Iraq sono le manifestazioni mature- che si inserisce organicamente nel progetto di rafforzamento della posizione americana lungo tutto il margine esterno eurasiatico.

Analizzando dal punto di vista geografico la "Rimland" ed i paesi che ne fanno parte, si può prevedere chi sarà interessato dalla azione statunitense. Dopo l’Iraq e l’Afghanistan non sorprende in quest’ottica che gli Usa abbiano messo nel loro mirino l’Iran, che si trova nella scomoda e isolata posizione di estraneità all’ordine Americano esteso dal Baltico all’Indocina (e che ambisce ad estendersi per tutto il "Rimland" dal Baltico all’Alaska) e in corso di espansione verso l’Asia centrale. 

Ma anche la dimensione marittima della Cina può entrare in conflitto con la strategia americana nel "Rimland" eurasiatico. La possibile azione contro la Corea del Nord, infine, non è che l’estrema implicazione, geograficamente parlando, dell’esplicazione del potere marittimo statunitense lungo tutta la fascia costiera eurasiatica.

Mentre uno scontro con la Cina resta all’orizzonte in relazione a Taiwan ed alla possibilità che la Cina possa raggiungere una potenza navale capace di spezzare il potere marittimo statunitense in Asia e di ottenere il controllo delle rotte del petrolio da e per il medioriente, nel breve termine le possibilità di una guerra nel "Rimland" sono più alte a proposito dell’Iran, che è proprio l’anello mancante della catena del potere americano: è stretto tra l’Iraq e l’Afghanistan ad ovest ed est sotto il teorico controllo statunitense, ed a nord confina con l’Azerbaijan e il Turkmenistan – altri alleati di Washington nella regione ricchissima di petrolio del Mar Caspio. Per ragioni prettamente geopolitiche, è chiaro che il regime degli ayatollah è incompatibile con l’ordine americano – e l’arroganza dei neocons non ne fa mistero, pur non spiegandone i veri motivi per lasciare libero il campo ad altri argomenti di propaganda.

Se gli Usa "risolveranno" il problema iraniano, potranno intensificare la loro azione in Asia centrale e poi dedicarsi alla Cina per completare il dispiegamento del loro potere in tutto il "Rimland", dal Baltico all’Alaska. L’Iran può essere la prova del fuoco. Se la supereranno, gli Usa si garantiranno contro la possibilità di esser buttati fuori dall’Asia in seguito alla realizzazione della "peggiore delle previsioni" di Brzezinski: una alleanza antiegemonica di Russia, Cina e Iran, il cui "primo obiettivo sarebbe quello di liberare il Rimland dalla dominazione americana per affidarlo a alleati anti-americani". 

L’obiettivo ultimo è quello del contenimento del potenziale della "Heartland", cioè impedire il sorgere di un "peer competitor" asiatico (o la Russia o la Cina, o una alleanza delle due) che equilibri il rapporto di forze e costringa gli Usa a cedere le attuali posizioni di forza. La Grand Strategy unipolarista statunitense è stata sapientemente costruita fondendo Mackinder e Spykman senza grandi sforzi di fantasia, tutto sommato, ma semplicemente proseguendo in Europa il rapporto di "alleanza/controllo" garantito dalla Nato e consolidando la strategia del containment in tutta la fascia del "Rimland": il risultato è una gigantesca architettura di alleanze politiche e basi militari lungo l’arco che, attraversando l’area strategica delle maggiori riserve di petrolio del mondo, si estende dal Baltico all’Alaska, di fatto cingendo l’Heartland eurasiatico. 

Le teorie geopolitiche sono ammantate da un alone esoterico e sono relegate all’ambito della propaganda ideologica da chi scinde l’essenza del potere dal controllo fisico del territorio. Ma, a prescindere dal loro valore scientifico, è indubbio che esse hanno guidato la politica estera statunitense durante e dopo la guerra fredda, e che esse offrono un quadro analitico razionale capace di spiegare a tutto tondo la Grand Strategy statunitense e, per riflesso, quella delle Potenze che ne subiscono l’offensiva. 

Analizzando la situazione attuale con la loro lente interpretativa, il fatto che sia proprio l’Iran ad esser entrato nel mirino statunitense diviene razionalmente comprensibile. Vista l’entità della posta in gioco e l’estraneità al "Great Game" eurasiatico della "vecchia Europa", infine, si può azzardare a prevedere che gli Usa non saranno disposti a farsi legare le mani dall’iniziativa diplomatica della "troika" europea.