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GLI STATI UNITI D'AMERICA CONTRO GEORGE BUSH

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7 dicembre 2006

“Elisabeth de la Vega, in rappresentanza degli Stati Uniti d’America”. E’ una frase che ho pronunciato centinaia di volte nei miei venti anni da Procuratore Federale. Sono andata in pensione due anni fa. Non parlo quindi a nome di un Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti, né rappresento il Governo Federale

Lo dimostra il fatto che sto proponendo un atto di accusa contro il presidente e i suoi consiglieri capo, una mossa decisamente poco astuta per qualsiasi impiegato federale che voglia mantenere l’impiego. Per timore che qualcuno possa non comprendere il significato di questo paragrafo, ci tengo a sottolineare che si tratta di un disclaimer: scrivo da privato.

Chiaramente, essendo un privato, non posso semplicemente redigere e compilare un atto d’accusa. Né posso convocare un grand jury. Piuttosto, nelle pagine che seguono, intendo presentare un atto d’accusa ipotetico ad un grand jury ipotetico. Gli imputati sono il Presidente George W. Bush, il Vice Presidente Richard Cheney, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, il Segretario di Stato Condoleeza Rice e l’ex Segretario di Stato Colin Powell. Il crimine consiste nell’aver indotto alla guerra, con l’inganno, la nazione, in termini legali, una cospirazione finalizzata alla frode degli Stati Uniti. E tutti voi siete invitati ad unirvi al grand jury.

Ci riuniremo per sette giorni. Il primo giorno, presenterò in mattinata l’atto d’accusa e nel pomeriggio spiegherò la legge applicabile. Dal secondo al settimo giorno, ci saranno le deposizioni dei testimoni, in forma trascritta, con i reperti legali.

Come avviene di routine nella maggior parte delle presentazioni al grand jury, le prove saranno presentate, in forma sommaria, dagli agenti federali, se non fosse che questi agenti sono ipotetici. (Qualsiasi riferimento a reali agenti federali, in vita o deceduti, è puramente casuale).

Il settimo giorno, quando le testimonianze saranno terminate, lascerò la stanza per permettere al grand jury di votare. 

Ma se l’atto d’accusa e il grand jury sono ipotetici, non si può dire lo stesso delle prove. Mi sono preparata per questo caso, come avrei del resto fatto per qualsiasi altro caso durante la mia carriera da procuratore, riesaminando tutte le informazioni rilevanti disponibili. Per questo caso in particolare, tali informazioni sono rappresentate dalle deposizioni dei testimoni, dai discorsi pubblici degli imputati, dalle osservazioni pubbliche, dai briefing della Casa Bianca, dalle interviste, dalle deposizioni dei collegi elettorali, da documenti ufficiali, dalle relazioni sulle informazioni pubbliche, svariate informazioni minori, come quelle presenti nelle relazioni del Comitato d’Intelligence del Senato e la Commissione sull’11 settembre. Ho scartato tutte le prove non avvalorate, per quanto convincenti.

Poi, utilizzando un sofisticato sistema di pile di documenti presenti ovunque nella mia sala da pranzo, ho analizzato e organizzato le informazioni attendibili in ordine cronologico, per argomento e per imputato. Ho confrontato quello che il presidente e i suoi consiglieri hanno dichiarato pubblicamente con quello di cui erano a conoscenza e sostenevano dietro le quinte. Alla fine, ho presentato il caso con testimonianze che, spero, avranno senso e terranno tutti svegli.

Dopo avere analizzato queste prove alla luce della legge applicabile, ho scoperto che la quantità di informazioni che avevo era più che sufficiente per portare qualsiasi persona ragionevole alla conclusione che il presidente ha condotto una vasta campagna per spingere, con l’inganno, gli americani e il Congresso a sostenere la guerra contro l’Iraq. 

Detto in altri termini, in termini legali, esiste la causa probabile per credere che Bush, Cheney, Rumsfeld, Rice e Powell abbiano violato la legge n.18 del Codice degli Stati Uniti, sezione 371, che punisce le cospirazioni finalizzate alla frode degli Stati Uniti. La “causa probabile” è il tipo di prova richiesto da un grand jury per convalidare un’accusa. Di conseguenza, ci sono prove sufficienti a giustificare un atto d’accusa contro il Presidente e i suoi consiglieri.

Credete che mi aspetti che qualcuno accusi, senza troppi problemi, il presidente e i suoi aiuti? No. Sono consapevole degli impedimenti politici e delle conseguenze congressuali relative all’accusa di un presidente in carica. Questi impedimenti rendono forse priva di senso questa prova? Assolutamente no.

Credo che questa presentazione aggiunga una prospettiva singolare al dibattito sull’utilizzo da parte del Presidente di informazioni prebelliche: quella di un abile procuratore federale. Senza dubbio, gli studiosi e gli esperti del calibro di Barbara Olshansky, David Lindorff, Michael Ratner, John Dean ed Elisabeth Holtzman si sono già brillantemente espressi sui motivi legali dell’imputazione che scaturisce dalle false dichiarazioni del Presidente sulle ragioni immotivate dell’invasione dell’ Iraq. 

Ma per molti americani, il dibattito sulla responsabilità dei funzionari della Casa Bianca nelle false dichiarazioni prebelliche, si fissa e si polarizza attorno alla domanda sbagliata: Il presidente e il suo team hanno mentito riguardo ai motivi della guerra? Secondo molti, parlare di potenziali menzogne da parte del Presidente è un’eresia, più scioccante di un ministro battista che, durante i vespri, dichiari di essere un travestito. Per molti altri, ormai la maggioranza degli americani, il fatto che il Presidente abbia mentito per avere la sua guerra, è un dato di fatto, non per questo meno scioccante. 

Di conseguenza, ho ben tre obiettivi. Innanzi tutto, voglio spiegare che sotto la legge che regola le imputazioni di cospirazione finalizzata alla frode, il quesito legale non è se il Presidente abbia mentito. Non bisogna chiedersi se il Presidente fosse a conoscenza della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Il quesito legale a cui si deve rispondere è molto più vasto: Il presidente e il suo team hanno frodato il paese? Dopo aver giurato di preservare la legge terrena, i più alti ufficiali governativi hanno impiegato le tecniche universali dei truffatori – occultamento premeditato, false dichiarazioni, false apparenze, mezze verità – per ingannare il Congresso e il popolo americano?

Il mio secondo obiettivo è integrare le analisi degli studiosi, già trascritte, andando oltre le interpretazioni, oltre la teoria, per entrare in aula, o più precisamente, arrivare davanti al grand jury. Presentando la cospirazione finalizzata alla frode del Presidente come farei con qualsiasi altra cospirazione, spero di portare i lettori a considerare il caso sotto un’atmosfera informale, applicando il diritto penale alle prove che credono rientrare nella causa probabile, proprio come il grand jury farebbe per qualsiasi altro caso.

Perché è importante fare questo? Perché chiedersi se il Presidente e i suoi ufficiali hanno cospirato per truffare gli Stati Uniti sui motivi della guerra corrisponde, almeno sotto un punto di vista, ad un quesito legale, ma senza uno spostamento verso la volontà politica, questo non sarà mai considerato in quanto tale. Il Presidente non sarà ritenuto responsabile di aver divulgato informazioni false prima della guerra fino a quando il Congresso non condurrà un’udienza simile a quella del Watergate. Finora comunque, sembriamo penosamente incapaci di raggiungere questo punto. Siamo come dei giocatori di tennis incapaci, che nello stesso tempo lasciano scivolare la palla nella terra di nessuno tra la linea di servizio e quella di fondo, o in questo caso, tra quella legale e quella politica. 

Forse la cosa ancora più importante è, tuttavia, che, nonostante le prove della malefatta siano incontestabili, i fatti sono talmente complicati – ancora più di quelli che portarono alle udienze del Watergate – che risulta impossibile iniziare un dibattito produttivo nella sfera politica. Infatti, di recente, abbiamo visto come anche le accuse più pesanti di frode intenzionale siano spesso considerate più disprezzabili della frode in sé e per sé. 

Ma se c’e un foro in cui questo non corrisponde a verità, quello è senza dubbio la Corte. Il sistema della Corte è lontano dall’essere perfetto, ma almeno qui ci aspettiamo che la gente non presenti attacchi personali. Ci aspettiamo un esame ragionato dei fatti contro la finzione, della buona fede contro la premeditazione. Ci aspettiamo inoltre, e la legge lo richiede, che la gente ascolti l’insieme dei documenti probatori prima di decidere, risparmiandoci quindi tutta la raffica di grida che troppo spesso viene spacciata per dibattito, in televisione. Quindi, questa ipotetica presentazione al grand jury è un modo per veicolare un messaggio.

Il mio terzo obiettivo consiste nel mandare un messaggio a casa, a chiunque voglia ascoltarlo. Il messaggio è il seguente:

Il presidente ha commesso una frode.

Si tratta di un crimine in termini legali, non solo colloquiali.

E’ qualcosa di peggiore del caso della Enron.

Non è un crimine senza vittime.

Per quale motivo? Perché siamo tutti vicini di Kitty Genovese

In qualità di Assistente Procuratore degli Stati Uniti a Minneapolis, di membro della Squadra di Lotta al Crimine organizzato di San Jose, e di Capo della sezione dell’ufficio del procuratore di San Jose, ho perseguito qualsiasi tipo di crimine. Malversazioni bancarie, frodi governative, rapine violente, il caso di un volo pilotato in stato d’ebbrezza, il pilota si era scolato venti rum e coca (diet) e aveva dormito solo quattro ore prima del decollo, e poi frodi finanziarie, per citarne alcuni. 

Molti sono stati interessanti, altri decisamente folli. Un tipo piuttosto sfortunato, ad esempio, rubò un camion pieno di tacchini congelati e lo guidò attraverso diversi stati per arrivare in Wisconsin, finendo di conseguenza direttamente in una prigione federale invece che in quella della contea. In più, la settimana dopo, prima che fosse arrestato per il furto dei tacchini congelati, rubò un camion pieno di buste di broccoli congelati con il quale arrivò fino in Iowa. 

Tuttavia, i casi più appassionanti sono stati indubbiamente quelli che coinvolgevano delle vittime, crimini violenti, rapine aggravate o frodi. Per questo non fui sorpresa dal commento del procuratore incaricato dell’inchiesta sulla Enron, dopo che la giuria aveva giudicato colpevole Ken Lay e Jeffrey Skilling, rispettivamente presidente e CEO della Enron: “ Quello che mi ha convinto”, disse John Hueston, “ è stato parlare con tutti gli impiegati, le tantissime vittime che avevano perso tutti i loro risparmi, gente che implorava me ed altri procuratori per avere giustizia”.

Grazie a Hueston e al suo team, le vittime della truffa della Enron, un crimine da 68 miliardi di dollari che ha lasciato 20.000 persone senza lavoro, pensioni e i risparmi di una vita, hanno avuto la loro dose di giustizia. Non saranno mai risarciti completamente, ma almeno i CEO che orchestrarono la truffa sono stati giudicati colpevoli. Per quanto riguarda quindi la più grande truffa mai perseguita negli Stati Uniti, il sistema ha funzionato, anche se non alla perfezione.

Fino a qui, comunque, nel caso della frode molto più vasta e devastante della guerra in Iraq orchestrata dal CEO degli Stati Uniti e dalla sua amministrazione, il sistema ha fallito. E siamo tutti vittime di questa frode. George W. Bush si è approfittato della vulnerabilità di un’intera popolazione distrutta dagli attacchi dell’ 11 settembre 2001, per spingerla a sostenere una guerra basata su falsi pretesti. Se il costo finanziario della truffa commessa dal Presidente è astronomico, 340 miliardi di dollari di costi di guerra solo fino all’agosto 2006, il costo umano è incalcolabile e molto più ingente: più di 2.500 soldati americani uccisi e 19.000 feriti, probabilmente molti più di 50.000 iracheni uccisi, un numero imprecisato di famiglie irachene ed americane in lutto, centinaia di migliaia di iracheni rimasti senza casa e un milione di soldati spediti in guerra che non saranno più gli stessi.

Ma se da un lato siamo tutte vittime del crimine commesso dal Presidente, dall’altro ne siamo anche spettatori. Il crimine si sta consumando, proprio davanti ai nostri occhi e restiamo tutti a guardare; siamo tutti, per certi versi, vicini di Kitty Genovese. 

Come lo scrittore Malcolm Gladwell racconta nel suo libro Il punto critico, Kitty Genovese fu brutalmente assalita, pugnalata tre volte, e alla fine uccisa, mentre tornava a casa, nel Queens, New York, una sera del 1964. Trentotto vicini videro e sentirono la sua agonia, ma nessuno chiamò la polizia fino a quando l’aggressione non fu conclusa. L’assassinio fu universalmente riconosciuto come un esempio scandaloso dell’indifferenza della società moderna alla condizione degli altri. 

Ma, come spiega Gladwell, gli psicologi Bibb Latane e John Darley hanno condotto degli esperimenti che portano ad una spiegazione molto diversa: “Quando la gente è in gruppo… le responsabilità delle azioni si distribuiscono. Pensano che qualcun altro chiamerà la polizia, o suppongono che, siccome nessuno si sta dando da fare, quello che appare come un problema… in realtà non è un problema. Paradossalmente quindi, non è che nessuno chiamò la polizia per aiutare Kitty Genovese “malgrado trentotto persone abbiano sentito le sue grida, non è che nessuno l’abbia chiamata perché trentotto persone hanno sentito le sue grida”.

Da più di un anno ormai, i sondaggi elettorali mostrano che la maggioranza degli americani crede che il Presidente Bush abbia deliberatamente dichiarato il falso sulle informazioni prebelliche. I funzionari del ramo esecutivo che hanno deliberatamente indotto in errore il Congresso e l’opinione pubblica con l’intenzione di influenzare i collegi elettorali, hanno commesso un crimine federale. Questo significa che circa 100 milioni di americani ritengono Bush responsabile del crimine, eppure molti, proprio come i vicini di Kitty Genovese, sono solo spettatori passivi, anche se non credo per indifferenza.

In effetti, molti di noi stanno semplicemente a guardare perché si sentono impotenti. Centinaia di migliaia di persone hanno, in realtà, chiamato il 911, ma nemmeno i democratici del Congresso hanno voluto rispondere alle chiamate. Non è che non abbiano abbastanza informazioni, è che, come dicono i nostri rappresentanti democratici, non sarebbe una buona strategia politica.

Affermazione questa molto discutibile. Ancora più importante, fare delle strategie di fronte ad un crimine in corso è sbagliato. Chiedete a qualsiasi legislatore se anteporrebbe delle strategie per un probabile fall-out politico ad un intervento per fermare un crimine che si sta consumando davanti ai suoi occhi e vi risponderà: “Ovviamente no”. Eppure è proprio quello che si sta verificando al momento.

Immaginate quindi che questa sia la mia chiamata al 911. Mi sto rivolgendo a democratici e repubblicani perché facciano la cosa giusta. E mi rivolgo a chiunque voglia fare il possibile per convincere il Congresso a fare la cosa giusta. Non parlo di assicurare questa gente alla giustizia, almeno non nel senso vendicativo usato da Bush. Mi riferisco ad ottenere giustizia, ritenere i funzionari che rivestono le più alte cariche governative colpevoli della creazione di un programma complesso e ben calcolato, fatto di falsità, dichiarazioni fuorvianti ed occultamento di prove, un abuso di fiducia penale incredibilmente simile, se non peggiore, alla truffa commessa dai dirigenti della Enron.

Enron: False dichiarazioni e Occultamento di prove

Nel luglio del 2002, il Presidente Bush se ne stava in piedi davanti ad un elegante striscione bianco e blu con la scritta “Corporate Responsibility”(Responsabilità Corporativa) e dichiarava di essere contrario alla frode. Con la promulgazione del nuovo Corporate Corruption Act (Atto sulla Corruzione Corporativa), il presidente dichiarava che le istituzioni americane “devono essere giudicate con lo stesso metro di giudizio etico applicato per chiunque altro. L’onestà che pretendete dai piccoli imprenditori o sul posto di lavoro, sarà estesa e applicata a tutte le istituzioni di questa nazione”. I CEO adesso dovranno rispondere personalmente della loro dichiarazioni pubbliche. 

Ma il discorso di Bush su un metro di giudizio più rigido per i CEO è stato di per sé fuorviante. A sentirlo, uno potrebbe facilmente concludere che se il Presidente non avesse premuto per questa nuova legge, i dirigenti aziendali sarebbero stati autorizzati dalla legge a mentire, imbrogliare, rubare. Non è così, ovviamente. Tuttavia la nuova legge, detta anche Atto Sarbanes-Oxley, non obbligava d’un colpo, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, i dirigenti aziendali ad essere onesti, franchi e leali col pubblico. Questi obblighi sono inerenti alla frode penale e ad altri statuti da anni.

In effetti, il processo Enron non implicava affatto l’Atto Sarbanes-Oxley. Il capo d’accusa fu cospirazione finalizzata alla frode: vale a dire, cospirare per truffare gli investitori manipolando dati finanziari, dichiarando il falso e omettendo deliberatamente fatti importanti, in violazione dell’art. 18 del Codice degli Stati Uniti, Sezione 371.

Manipolazione di dati, false dichiarazioni, occultamento di prove, non vi suona familiare?

Durante il processo, gli ex CEO della Enron Lay e Jeffrey Skilling dichiararono di non essere responsabili della frode perché non si erano accorti di quello che i loro dipendenti stavano combinando. Dalla istruzioni date alla giuria tuttavia, chiunque faccia rappresentanze che implicano la fiducia del pubblico, ha l’obbligo di assicurarsi che siano vere ed accurate. Le rappresentanze che non rispettano tale obbligo sono tanto false quanto una menzogna bell’è e buona.

Dopo quattro mesi di testimonianze intricate, la giuria arrivò ad una semplice conclusione: Lay e Skilling erano responsabili di quello che si era verificato nella loro compagnia. Come dice il direttore scolastico Freddie Delgado: “Non posso affermare che non ero a conoscenza di quello che gli insegnanti della mia scuola combinavano in classe, Sono ancora responsabile se un bambino si perde”.


In altre parole, i giurati della Enron arrivarono alla conclusione che, dal punto di vista legale, Lay e Skilling erano la miniera in cui finivano tutti i dollari. I giurati erano americani medi: impiegati, educatori, ingegneri, un’infermiera, e sapevano, anche prima dell’Atto Sarbanes-Oxley, che i CEO devono essere giudicati con lo stesso metro di onestà e colpevolezza che applicherebbero per sé stessi, nella propria vita. Davanti all’evidenza che Lay e Skilling avevano più volte affermato pubblicamente cose che poi erano state scalzate, se non contraddette di netto, dalle informazioni e dagli avvertimenti che avevano ricevuto dietro le quinte, la giuria rifiutò di permettere che non si assumessero la responsabilità di avere incolpato i loro subordinati.

Iraq: False Dichiarazioni e Occultamento di prove

Le tecniche utilizzate da George W. Bush e i suoi assistenti nella frode sono del tutto simili a quelle di Lay e Skilling. Nel discorso del 2002, in cui annunciava che la Legge sulla Corruzione Societaria era stata approvata, il Presidente disse: “ Gli unici rischi giusti sono quelli che si basano su informazioni oneste”. Il Presidente e i suoi consiglieri erano assolutamente consapevoli dei seri rischi sollevati da un’invasione dell’Iraq, ma anziché discutere onestamente di questi rischi, proposero slogan, come il noto “risks of inaction are greater than those of action” (non agire è più rischioso che agire), che allo stesso tempo usurparono e sviarono da contro-argomentazioni e non fornirono nessun tipo di informazioni, oneste o non. 

Una simile propaganda, tanto cinica quanto vile, potrebbe non rientrare nell’azione giudiziaria penale contro la frode, ma da sola non riuscì a convincere il Congresso e gli americani ad investire in un piano di guerra. Per rimediare a questo e concludere l’affare, il Presidente e i suoi assistenti fecero centinaia di rappresentanze, sia generiche che specifiche, accuratamente confezionate per manipolare l’opinione pubblica. Adesso sappiamo che nella maggior parte dei casi si trattava di asserzioni false e ingannevoli. 

Ancora più importante, sappiamo anche che il presidente Bush e i suoi consiglieri conoscevano benissimo la pericolosità di simili rappresentanze, in alcuni casi fondamentali, confutate dalle informazioni a loro disposizione. Il Presidente e i suoi assistenti hanno ripetutamente e coscientemente fornito false impressioni, occultato importanti informazioni, dichiarato deliberatamente il falso e professato la sicurezza di fatti nella migliore delle ipotesi speculativi. E’ questa la definizione di frode nel diritto penale, sia essa commessa dal Presidente degli Stati Uniti o dal CEO di una grossa società. 

La sola differenza tra la frode commessa dai dirigenti della Enron e quella commessa da Bush sta nella mole e nei calcoli, molto maggiori, di quest’ultima. Persino quando il presidente spendeva parole a favore dell’onestà, in piedi sul palco in quel luglio di quattro anni fa, lui e la sua compagnia si stavano preparando per mettere in scena un altro spettacolo. Se “gli unici rischi giusti” avrebbero potuto far parte di una clip comica di Frank Zappa, lo spettacolo successivo avrebbe potuto senza dubbio essere una produzione del ventunesimo secolo di H.G.Wells.

Dal 30 luglio del 2002, Bush aveva diretto la creazione del Gruppo di Studio sull’Iraq della Casa Bianca, un’operazione per le pubbliche relazioni il cui unico scopo era commercializzare la guerra. Questo team, detto Whig, era co-presieduto dai consiglieri più vicini al Presidente e dal consulente politico Karl Rove, che Bush ha definito “l’architetto” della sua campagna elettorale del 2004, e dall’ex Consiglire del Presidente Karen Hughes.

Il 30 luglio, 2002, il Gruppo della Casa Bianca aveva già iniziato la costruzione di uno scenario minaccioso che mescolava la tragedia dell’11 settembre, i funghi atomici dei cieli delle città americane, il terrorismo batteriologico, tutto intervallato dalla faccia ombrosa di un folle dittatore iracheno, caricato a molla per attaccare gli Stati Uniti. Cercavano ancora pretesti: le fiale di antrace e foto non datate di edifici non identificabili dove sarebbe potuto accadere qualcosa di disastroso, ma non possiamo permetterci di aspettare per scoprirlo. Stavano scrivendo la sceneggiatura: frasi potenti come “Serio pericolo in intensificazione”, studiate più per accendere gli animi che per informare. E, per concludere, Rove, Hughes e gli altri stavano programmando le apparizioni dei membri del Consiglio sulla Guerra del Presidente che sarebbero cominciate il mese dopo, all’inizio del settembre 2002.

Uno sfoggio di bravura del Presidente, del Vice Presidente, del Segretario della Difesa, del Segretario di Stato , del Consigliere per la Sicurezza Nazionale e molti altri membri del cast. La produzione si è rivelata talmente ben fatta, come quando il pubblico radiofonico fu terrorizzato fino all’isterismo dalla malvagia “Guerra dei mondi”, trasmessa nel 1938, che molti di noi hanno abboccato. Bisogna tuttavia riconoscere che non siamo arrivati ad acquistare nastri isolanti e teli di plastica; non avremmo potuto avvolgere la testa negli asciugamani bagnati per proteggerci dai gas marziani come fece il pubblico radiofonico del 1938. Quello che è successo, comunque, è stato anche peggiore: a causa della fiction realizzata da Bush, abbiamo acconsentito a bombardare della gente distante da noi 8.000 miglia il cui unico “crimine” era essere stati oppressi da un dittatore violento e crudele. 

Ovviamente, gli americani furono terrorizzati dall’opera radiofonica di H.G: Wells in parte perché erano esausti e avevano i nervi a pezzi a causa degli anni durissimi della Depressione. Ma il racconto spaventoso dell’invasione dei marziani di Orson Welles non ha mai avuto lo scopo di causare del panico e alla fine non si è rivelato dannoso.

L’elaborata produzione del Presidente è stata ed è tutta un’altra storia. E’ stato uno sforzo premeditato di creare uno stato permanente di terrore in America. E definirlo dannoso equivale a dire che fa male essere investiti da un Mack.

Le linee guida della commisurazione e irrogazione della pena federali riconoscono che chi truffa una vittima vulnerabile, come il venditore che decanta i benefici curativi di un elisir ad un malato di cancro, commette un crimine ancora più grande di chi truffa una persona “meno influenzabile”. Il Presidente sapeva che gli americani erano particolarmente “influenzabili” nel 2002. Eravamo sfiancati e giustamente terrorizzati, non solo a causa dell’11 settembre ma anche a causa delle morti da antrace e dai cecchini che stavano paralizzando Washington DC, che coincisero con le pressioni sulla guerra dell’amministrazione Bush-Cheney. 

Il Presidente Bush e il suo Gruppo di studio sull’Iraq non si sono semplicemente limitati a servirsi di questa paura, ma l’hanno amplificata. Ancora peggio, il Presidente rappresentava l’unica persona sulla quale il pubblico faceva affidamento come protezione dal pericolo e, almeno sarebbe auspicabile, da una paura onnipresente. Quando si sono serviti dell’autorità dello Studio Ovale per spaventare ulteriormente la gente, quando hanno creato uno sfondo di paura ancora più cupo, i nostri alti funzionari hanno sfruttato la fiducia di cui godevano, in virtù delle loro posizioni, per vendere qualcosa che il pubblico americano non avrebbe altrimenti acquistato. E’ come se il medico di famiglia di un malato di cancro l’avesse convinto del peggioramento della sua condizione per spingerlo ad acquistare una finta panacea.

Nel gergo penale, il presidente e i suoi consiglieri hanno commesso un abuso di fiducia delle più vulnerabili delle vittime. In che modo un caso del genere potrebbe essere presentato in accusa?Vi invito nell’aula del grand jury per osservare: Signori e Signore membri della giuria, domani comincerà la presentazione della causa degli Stati Uniti contro Gorge W. Bush et al. Vi prego di tenere a mente che dovrete attenervi esclusivamente alle prove fornite e alla legge applicabile, senza pregiudizi o compassione. In altre parole, il vostro credo politico e i sentimenti personali verso gli imputati, sia positivi che negativi, non dovranno avere peso sulle vostre deliberazioni. 

Estratto da United States v. Gorge W. Bush et al. Di Elisabeth de la Vega, pubblicato l’1 dicembre, 2006 da Seven stories press and Tomdispatch.com. Copyright 2006 Elisabeth de la Vega.è un ex procuratore federale con alle spalle più di venti anni di esperienza. Durante questi anni, è stata membro della Lotta contro il Crimine organizzato e a capo della sezione di san Jose dell’ Ufficio del procuratore degli Stati uniti per il Distretto Nord della California. Potete contattarla all’indirizzo ElisabethdelaVega@Verizon.net

Elisabeth de la Vega